Exploring La Défense you can experience a sensation of emptyness: movement and chaos are confined to shops, commercial buildings and metro stations. Besides that is like floating in an uncertain reality, in the model of a futuristic town inhabited, but not really lived.
Abbiamo un’amica che vive a Parigi.
Un anno, ci invitò dai lei per un convegno, ed io ebbi molto tempo libero.
Andai al quertiere Défense. Bello, però…
Insomma era vuoto, non c’era nessuno.
C’era un museo dell’automobile, diceva un cartello, ma era tutto buio.
Pensai fosse chiuso, ma la porta era socchiusa. Entrai.
Si accesero delle luci, ed una musichetta anni ’30 iniziò ad accompagnare i miei passi, molto molto circospetti.
Pensai che si sarebbero potuti risentire se m’avessero sorpreso lì, e pensai pure che sarei potuto rimanere chiuso dentro. Sulla seconda mi rassicurai guardando se il cellulare prendeva.
Poi sentii una voce, gentile ma moto ferma: “Bonsoir, monsieur; vous êtes combien?”
Moi? Je suis seul, mais, je n’intendais pas…
Dall’ombra uscì un custode, vestito da custode, con una incredibile rassomiglianza con Lino Ventura.
Credo di avergli fatto l’impressione di uno che s’era perso, ma ero solo dispiaciuto; mi sembrava di aver messo piede in un posto dove non avrei dovuto.
Alla fine mi disse che il museo era aperto, bien sûr, e che avrei dovuto pagare.
Dissi che certo, avrei pagato.
No, disse, avrei dovuto pagare, ma non avrei pagato, perché non c’era la cassa aperta. Quindi non era un futuro, era un’ipotetica.
Che facessi pure la visita; illuminazione e multimedia si sarebbero attivati al mio passaggio e buona visita.
Fu molto bello; davvero, passai dall’impaccio al piacere. quegli odori di gomma, olio e pelle e polvere, tipici dei musei dell’auto, erano familiari.
Quelle forme erano familiari. solo un po’ disturbanti alcuni suoni, evidentemente concepiti per coprire ben altri gruppi di persone che non fossero un singolo nel silenzio.
La ricordo come un’esperienza forte, straniante ed avvincente.
Alla fine, avrei voluto gratificare Ventura in qualche modo, ma temevo che offrirgli del denaro potesse offenderlo. Pensai ad un po’ di calore.
Vuole un caffè?
Et vous, vous en avez?
Non je n’en ai pas, mai il y aura un café ici?
Oui bien sûr, prenez le mètro, il y en a beaucoup à Paris. Fece un mezzo sorriso, forse.
Poi mi disse che il caffè lo aveva lui nel thermos, e che me ne avrebbe offerto un po’, che tanto sua moglie gliene dava sempre troppo. È l’unica cosa che prepara lei, e la sbaglia, vous savez?!
Fuori intanto aveva ricominciato a piovere, quella pioggerellina tanto francese quanto bastarda in un quartiere già freddo di suo.
Guardando fuori chiesi se in altri giorni della settimana ci fosse stata più gente; disse di no, qui vengono a lavorare mica a perdere tempo.
Abbozzai che stare qui non è perdere del tempo, è fare un viaggio. Non mi parve il caso di metterci in mezzo le Madeleines, però l’idea era quella.
Ringraziai per il caffé schifoso (ha ragione, è sbagliato, ma non per la quantità; è sbagliato chiamarlo caffè), che però fu piacevole, alla fine.
Salutai e mi rispose “Bon vojage, alors”.
Fuori niente, e dentro nessuno.
La Défense me la ricordo così.
Da La Défense.
* * *
Date un’occhiata qui: PICS: Le Musee de l’Automobile at La Defense, Paris – Team-BHP; cosa manca?
Più erano deserti e più mi piaceva farci fotografie, e dopo tanto tempo ancora immagino nuove inquadrature per esaltare le meravigliose architetture della Défense e la loro possenza quando un omino piccino cammina in strada. Bello avere il biglietto di ritorno in tasca…
P.S.: è tardi, sono stanco… cosa manca?
Persone?
Eh, ci avevo pensato… ma è una variabile troppo “casuale”, io di solito in un caso del genere aspetto di avere l’inquadratura libera.
In genere sì, anch’io, ma qui non c’è niente da aspettare 🙂
Ad Arese ero famoso per quanto aspettavo, cavallettato. Non solo volevo campo libero, ma non volevo riflessi sulle auto. 😀