I am what I am because of who we all are

Sempre a proposito di Linux e dintorni, leggevo stamattina di un utente che torna a Debian da Ubuntu.

Ricordate che Ubuntu era una Debian, ma una Debian senza nessuno dei vantaggi delle Debian.
Oggi continua a dire di essere una Debian, un po’ come alcuni giornali dicono che in Italia non c’è alcun pericolo per la democrazia.
In realtà Ubuntu dovrebbe avere dei parametri di default conservativi e rivolti all’utente che non sa nemmeno cosa sia un SO.

Quindi l’utente root esiste ma non è attivo a livello di shell e quindi l’utente di default, che è una specie di admin impotente, fa parte dei sudoers e basta.
Volendo abilitare root gli si attribuisce una password come in
sudo passwd root
E da quel momento si può fare su invece di sudo.
Pochi caratteri in più e root ha anche accesso all’interfaccia grafica.

Ora, se questo fosse il problema, non è che non si dovrebbe usare Ubuntu per questo.

Il post che citavo all’inizio parla di libertà, di free as in freedom e non free as in free beer, e alcune cose free as in gnente perché si pagano.
Parla di copyleft e copyright, parla di delusione delle community verso una corporation, che mi pare una cosa abbastanza ridicola.

In realtà il problema vero di Ubuntu è che ad ogni aggiornamento (che è semestrale, malgrado tutto e cascasse una pannocchia…) infilano nella distro una quantità di regressioni e soprattutto una infinità di pacchetti instabili, alcuni nelle prime fasi di beta, solo per poter avanzare la versione/il rilascio e sembrare freschi, in modo da convincere orde di onanisti a sdraiare i server della distro non appena annunciata, infilando ogni volta qualche cavalluccio di Troia come ultimamente UbuntuOne.

Stranamente, se gli onanisti hanno melucce luminescenti e si spellano i ditini a predire il nome del futuro tablet, sembrano bambini deficienti perché Apple vende e non regala; se invece sono ubuntiani e fanno il record di download nella prima mezz’ora son cose belle.

Accadde con Firefox 3.x beta che aveva delle vulnerabilità di sicurezza da paura, accadde con OpenOffice 3.x che era in realtà la prima beta, accade con i driver video (è accaduto anche a questo giro con le NVidia).

In sintesi la distro che si è eletta (alla maniera di Arcore, per acclamazione) come quella destinata all’utilizzatore finale e non ai power users, è quella che periodicamente li espone alle peggiori inchiappettate.

Quando col tempo i buchi vengono chiusi, esce una nuova versione con un nome del cazzo di due parole che cominciano con la stessa lettera, tipo Vera Vulvia o Piso Pisello, Lince Lucida o Minchia Metallica, ecc. e tutto da capo.

A ben vedere è esattamente l’opposto della Debian da cui deriva, che quando è Stable significa che al massimo vedi cambiare il patchLevel, ovvero da 5.0.4.12 a 5.0.4.13.

Comunque sì, Ubuntu va evitata.
Evitatela per un ragione o un preconcetto a piacere, ma evitatela.

E non la deve evitare l’utente scafato che la evita già o evita di usarla per cose serie, ma va evitata proprio da parte dell’utente sprovveduto, che assume rischi senza saperlo.

Per il resto sulla maturità dei sistemi operativi e sull’evitare l’installazione precoce, ho già detto in più occasioni.

P.S.: Il titolo del post è la traduzione ad sensum di Ubuntu in inglese, tratta dal loro sito.

Autore: eDue

Bieco illuminista

2 pensieri riguardo “I am what I am because of who we all are”

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