Come si legge un cerchio

Per la serie eDue per il sociale (tanto da aver introdotto una nota esplicativa), visto che forse sulla lettura degli pneumatici qualcosina s’è fatto breccia tra i neuroni, ma sulla lettura dei codici dei cerchi evidentemente no, vediamo cosa significano i codici che li identificano.

Immagine del Sottoscritto, citare come “Illustrazione da https://melamorsa.eu/2025/12/27/come-si-legge-un-cerchio/”

Intanto: ho pensato che vederli sul cerchio di una GTA junior 1300 potesse essere più piacevole rispetto alle solite cose CoattoRacing™ che si vedono in genere.

La prima cosa è il diametro del cerchio, D nell’illustrazione. Se prendete un metro e misurate il cerchio montato e dotato di pneumatico, avrete una sorpresa: il cerchio è più grande del dichiarato. Infatti il diametro non è quello della parte frontale, visibile, del cerchio, ma quello del canale. Il tallone non conta, ai fini della misura del cerchio. Il diametro D è in pollici; se lo volete in centimetri, dovete moltiplicare per 2,54.

Esattamente come per gli pneumatici vengono date, tra le altre, la misura della larghezza e quella del raggio, anche per i cerchi dev’essere fornita la misura della larghezza del canale, anch’essa in pollici, ed indicata con W in figura. Anche in questo caso, il tallone non conta ai fini della larghezza. In italiano si chiama calettamento.

La terza misura caratteristica di un cerchio è ET, che non telefona casa, ma ci dice qual è la distanza tra l’asse del canale e il piano di appoggio del cerchio sul mozzo della ruota. Questa è espressa in millimetri, e può avere valori postivi, nullo o negativi; un valore positivo significa che il punto di appoggio al mozzo è più vicno alla parte esterna del cerchio rispetto all’asse del canale, uno nullo che coincidono e uno negativo che il punto d’appoggio è più indietro rispetto all’asse. In inglese il valore ET è detto offset, e quindi in italiano talvolta denotato con OFF, ma la sigla viene dal tedesco Einpresstiefe, ovvero profondità del punto di appoggio.

Finora abbiamo parlato del cerchio, ma non del veicolo cui dev’essere attaccato. Con quello che sappiamo finora possiamo, infatti, dotare il cerchio di un pneumatico, ma nulla più. Quando parlavo di sinapsi poco sopra, dicevo infatti che alcuni (temo in buona fede) vendono cerchi presi da un’Alfa 159 dicendo che sono compatibili anche con Giulia, 156 e 147, alcuni perfino con la MiTo. In effetti, se guardiamo alle misure che abbiamo visto finora, e solo a quelle, tutte e quattro montano cerchi da 17″ (diciassette pollici), per dirne una. Ma la MiTo, per dirne un’altra, ha quattro bulloni sul mozzo; Giulia, 147, 156 e 159 ne hanno cinque.

È chiaro (dovrebbe, almeno) che un cerchio con cinque fori non monta su un mozzo a quattro colonnette. Inoltre, sebbene 147 e 156 abbiano cinque fori sul mozzo, i cerchi della 159 non montano ugualmente.

Dobbiamo infatti parlare del rapporto tra cerchio e mozzo e lo facciamo con altri tre valori caratteristici.

Il primo valore è il numero dei fori. È quello facile dei tre, se avete una mano con tutte le dita è alla vostra portata. Sulle Smart più datate, sulle 2CV e sulle Renault 4 e 5 d’epoca il mozzo ha tre colonnette, su molte auto ancora oggi sono quattro, e su alcune sono cinque. Nessuna ne ha due, alcune sei, ma sono rare. In linea di massima il cerchio deve avere tanti fori quante sono le colonnette (o i fori per i bulloni) sul mozzo.

Un tondo può avere un raggio di un metro o un raggio di un centimetro. Sono simili (sono entrambi cerchi), ma non sono affatto uguali. Lo sapete dalle elementari, lo potete anche osservare tra i vecchi strumenti da disegno, che comprendevano i tondografi (o circoligrafi) come questo

Immagine da https://it.wikipedia.org/wiki/Circoligrafo#/media/File:Wzornik1_k_0211.jpg

Non basta che il numero di fori sia lo stesso su cerchio e mozzo, ma è necessario anche che i fori corrispondano, abbiano cioè il centro su un cerchio dello stesso diametro. Il PCD – Pitch Circle Diameter, ci dà una misura in millimetri del diametro del cerchio su cui poggiano i centri dei fori; si trova indicato assieme al loro numero, ad esempio nella forma 5×114, ovvero cinque buchi su un cerchio di diametro 11,4 cm. In italiano il PCD viene impropriamente detto interasse1.

Non basta. Come dovrebbe essere chiaro in figura (↑), infatti, il cerchio della nostra GTA junior 1300 non solo ha quattro fori per il montaggio sul mozzo, ma in corrispondenza del mozzo, al centro del PCD, ha un buco più grande che serve a far passare la coppetta che tiene il grasso del cuscinetto esterno del mozzo. Il diametro del buco sul cerchio dev’essere maggiore di quello attorno al quale deve andare. Questo diametro viene chiamato CB – Center Bore o centraggio in italiano ed è espresso in millimetri. L’espressione italiana è più precisa, perché quel buco ha spesso una parte della sezione conica (come in figura, appunto) e serve per centrare il cerchio sul mozzo in modo che la ruota non vibri.

OK, quindi adesso posso comprare dei cerchi e metterli sulla mia macchina?

No, non ancora. Ci sono altri due codici che è necessario conoscere per poter prendere un cerchio che sia veramente compatibile con la vettura, ovvero la sagoma della sezione del canale (in figura indicata con J) e la sagoma della sezione del cerchio, H.

Queste due sagome, J e H, sono le più diffuse sulle automobili e sono standardizzate; in questo modo, ad esempio, potete sapere se il cerchio andrà a sbattere contro la pinza del freno una volta montato sulla vettura.

La stringa che identifica esattamente un cerchio è quindi nella forma

7.5Jx16H ET35 5x114

e adesso sapete che non c’è nulla di esotico, sapendola leggere.


Note

(1) impropriamente, perché l’interasse, letteralmente la distanza tra due assi, non dice molto tra quali assi e quale sia un eventuale rapporto con il PCD, che è il dato che a noi interessa. Un rapporto che pure c’è, sia chiaro, ma tutt’altro che diretto, dovendo passare per il teorema della corda, ovvero

in cui AB è appunto una corda che unisce due punti su una circonferenza di raggio R. Non è chiaro? Infatti. Intanto, cerchiamo di visualizzare:

Immagine del Sottoscritto, citare come “Illustrazione da https://melamorsa.eu/2025/12/27/come-si-legge-un-cerchio/”

Poi inquadriamola nel nostro contesto:

Immagine del Sottoscritto, citare come “Illustrazione da https://melamorsa.eu/2025/12/27/come-si-legge-un-cerchio/”

la parte che ci interessa è la seguente

perché, esplicitandola rispetto a R abbiamo

ovvero che il diametro 2R (che è il nostro PCB) si ottiene in funzione della lunghezza della corda (o distanza o interasse tra due fori contigui) e del seno dell’angolo al centro β, tutti dati che abbiamo già.

Infatti, sapendo il numero N di fori (e delle rispettive colonnette/bulloni) e sapendo che sono disposti secondo i vertici di un poligono regolare, sappiamo che l’angolo al centro β è l’angolo giro (360° o 2π) diviso il numero di fori N

nel nostro esempio, se i fori sono N = 4, si ha che

Quindi il diametro PCD, noto il numero di fori e l’interasse tra due contigui di questi, è dato da

Il che dovrebbe rendere chiaro che il collegamento tra il fatidico interasse e il diametro della circonferenza PCD su cui poggiano i vertici dei fori, esiste ma è il modo meno utile e preciso di fornire un’informazione. Quindi improprio.

Maschio, non alfa

Certamente mi ha colpito la morte di Sergio Marchionne, e altrettanto certamente mi sono trattenuto dal fare ogni tipo di commento, sopratutto non sapendo realmente nulla di quello che è accaduto, perché l’impatto di certe cose non va mai valutato sul breve periodo.

Ecco, la morte di Marchionne è un problema di medio-lungo periodo; e non solo verso il futuro, anche verso il passato.
In un passato recente il Gruppo Fiat, poi FGA, poi FCA, ha presentato piani industriali che ha sempre disatteso.

Ho letto che molti attribuiscono a Marchionne una netta propensione ad occuparsi delle cose che sapeva fare bene con il vezzo di fare anche altre che invece non erano per lui; una cosa che sapeva fare senz’altro era curare la parte finanziaria per conto dei suoi aventi causa, che nel caso delle aziende sono prima di tutto gli azionisti.
Questa cosa è evidente anche agli idioti, che pure la negano: Marchionne ha preso due aziende tecnicamente fallite, e ne ha fatta una che ha raggiunto l’indebitamento nullo qualche giorno prima del suo ricovero.
Dal punto di vista della proprietà (le cui competenze in bilancio, ricordo, sono tra le passività) questa è non solo una buona notizia, ma anche una di quelle cose che si possono tranquillamente ascrivere ai mezzi miracoli, come pure la moltiplicazione per dieci del valore azionario.

Però tutto quanto precede è stato ottenuto non già in assenza di piano industriale, che già sarebbe curioso, ma peggio disattendendone uno dopo l’altro in quantità. Tanto più sorprendente perché se il valore di un’azienda lo fa il mercato, beh, ecco, FCA è un’azienda che quanto al ferro ha sempre disatteso quanto ha promesso.
Insomma, se la reputazione di una fabbrica si risana (si è risanata) a prescindere dal prodotto, le cose sono due: o il tutto è una pura speculazione, o il tutto è sostanzialmente legato alla simpatia del mercato per qualcuno.

Non c’è nulla di male, però siamo arrivati fin qui in queste condizioni, ed ora il problema è cosa verrà dopo.
Bene, dopo verrà un’azienda che dal punto di vista del cliente è indietro di dieci anni rispetto ai concorrenti sulle cose che sembra faranno futuro: elettrificazione e UI.

Va benissimo che la Stelvio sia stravenduta, ma parliamo comunque di un furgone che va a gasolio fino al 2020 e poi a benzina con medie di 4 km/l.
La comprano quelli che hanno atteso tanto a lungo che un’Alfa Romeo tornasse (per quel poco che conta) a sverniciare le concorrenti dirette al Nürburgring, e, sopratutto, l’hanno attesa le flotte aziendali.
Ma prima o poi la cambieranno; e temo che la fiammata (molto relativa in termini numerici, ma buona in termini di immagine) non si ripeterà; principalmente perché tutti i concorrenti hanno a listino versioni ibride o elettriche di furgoni omologhi, che quindi permetteranno a chi le guida di entrare nelle città nelle quali vanno a lavorare.
Ammesso che ce ne siano, che non siano un ossimoro, gli alfisti furgonati che faranno? Parcheggeranno i loro quadrifogli nei prati in periferia e prenderanno i taxi? E come li giustificheranno alle aziende che glieli passano?
Forse accadrà, ma certo che chi gliele mette sotto al culo si farà due conti e deciderà di non pagare Stelvio e taxi, e forse ripiegherà su altro.
Forse le stesse società NLT proporranno altro, a costoro.
E quando accadrà, che faranno a Cassino?

Giulia. È quasi possibile ribattere parola per parola il dato di Stelvio, con un coefficiente di demoltiplicazione, con l’aggravante che una berlina tre volumi, meccanicamente raffinatissima, non interessa più a nessuno.
Tolto qualcuno che vorrà chiudere la carriera di automobilista in bellezza, fra tre anni chi la vorrà una meraviglia meccanica a benzina?
E che sarà di tutti i piazzali pieni di usato turbodiesel di questo pezzo di orologeria italica?

Quando dicevo “almeno TI” riferendomi alla Giulietta, poi, dicevo che va bene puntare al mercato premium, ma Alfa Romeo è uscita dal suo buco di culo (oggi le chiamano nicchie) di mercato con la Giulietta al tempi di Luraghi; tutte le meraviglie che aveva fatto prima, le 6C e le 8C veri capolavori su strada, avevano solo tirato per le lunghe un’azienda moribonda che se intanto non avesse fatto camion sarebbe fallita. Fu il 1900 prima (“la berlina da famiglia che vince le corse”) e poi la Giulietta a salvarla. Dopo di lei cambiarono molto le forme attorno al bialbero, cambiò la cilindrata e la disposizione di cambio e differenziale sotto quelle forme, ma fu ancora una volta una piccola, l’Alfasud (compresa la TI, appunto) a salvare la baracca.
Bene, se i piani sono quelli annunciati, e perché dovremmo crederci, e sopratutto se non hanno nel cilindro qualcosa di davvero sorprendente, il futuro saranno auto che si potranno permettere in pochi e quei pochi preferiranno macchine alla spina farcite di display, connesse e autoguidate.

In materia di Infotainment al momento l’unica cosa che si sa è che Magneti Marelli, che fornisce appunto l’impianto di bordo di Giulia e Stelvio, verrà scorporata; leggasi, tiriamo fuori un altro po’ di soldi per fare cassa. Però chi la compra, a meno che non sia solo uno spin-off per tentare di far crescere in borsa un’azienda a prescindere dal gruppo cui appartiene (quanti stanno aspettando con ansia di comprare azioni Magneti Marelli?), continuerà a produrre bancomat a centro plancia? E per venderli a chi?

Lasciamo da parte MiTo (già fuori produzione) e 4C, artigianato di lusso di cui forse ne hanno vendute una decina da inizio anno.

Quello che sappiamo è che Marchionne di Alfa Romeo ha detto tutto il male possibile: 159 non è venuta come avremmo voluto, su Alfa Romeo sono stati spesi già troppi soldi, qualcuno sogna un’Alfa Romeo che non tornerà mai più. E nessuno sa perché. Era sincero prima o lo è stato poi, quando ha capito che solo Alfa poteva essere salvata e poteva salvare FCA in Italia, perché ha resistito a tutto ed a tutti e malgrado tutto? Ovvero quando Alfa era fuori mercato di dieci anni? Quando ci ha messo i soldi sopra era per fare altro (il pianale di Giulietta – il CUSW, poi FCA Compact – sarebbe dovuto servire a molto altro, ma poi gli è stato preferito il B-Small, oggi FCA Small) o per fare tardi, come Giulia e Stelvio, appunto.

Io non do consigli e non ho soluzioni in mano, come purtroppo molti dei commentatori che letto in giro; però sono un cliente, giro in Alfa da una vita e la mia sensazione è che Alfa stia abbandonando il suo mercato elettivo, quello medio-alto con decise puntate verso il medio, per sperare di entrare in un mercato in cui non ha prodotti che possano sostenibilmente rompere i coglioni ai concorrenti. Ovvero che proceda senza una chiara visione.
All’Alfa di oggi manca una 156, una macchina che fa girare la testa a tutti e poi correre in concessionaria in tanti.

Il che, e me ne occupo molto meno perché ne so altrettanto, mi pare che sia un po’ un problema di tutta la gamma FCA, forse eccettuando Jeep e Ferrari.
Detto in altri termini, se posso essere contento del fatto che FCA in Italia occupi un numero elevato di persone, e che la situazione finanziaria dell’azienda sia buona, anche considerando che è un corpaccione fatto di parti di due cadaveri, si vede che al suo vertice per anni c’è stato qualcuno che non è mai stato un uomo di prodotto, e che in particolare non ha mai capito un cazzo del prodotto che interessa a quelli come me.
E quelli come me sono adorati dalle finanziarie.
E siccome oggi non saprei se comprare o meno un’Alfa, qualcuno che è nelle stesse condizioni lo conosco, e quello che ci hanno promesso o non ci interessa (un SUV ancora più grande) o non ce lo possiamo permettere (la GTV) e sopratutto la rete di vendita ed assistenza non può soddisfare le necessità di quella clientela cui pare stiano puntando, esperienza personale, io sul futuro non scommetterei.

Lieto di sbagliare.

Scuderia del Portello all’Historic Minardi Day 2017

Scuderia del Portello presente con splendide vetture: la 33/2 “Fléron” (1967), che quest’anno celebra il cinquantenario, e la F1 183 T (1983) pilotate dal Presidente Marco Cajani; la Dallara Formula 3 motorizzata Alfa Romeo (1991) e la Formula Alfa Boxer (1985) con alla guida Alessandro Morteo; e, a rappresentare il gruppo del Benelux, il Delegato Walter Antonacci, a bordo della A.M.S. Sport motorizzata Alfa Romeo (1974) della Scuderia del Portello, e Ron Sanen con la sua Dallara F3 (1992). Ospite al box del Portello anche Joe Nastasi con la sua 33 TT 3. Emanuele Morteo ha preso parte anche al Minardi Classic Day a bordo di una Giulia TI Super (1964)

www.scuderiadelportello.org

Caz of the Year

Che cosa può aver generato tanto risentimento? Mi hanno riferito, ma non ho potuto verificare, che fosse stato organizzato un test cumulativo (per un confronto alla pari) in Spagna dove l’Alfa non avrebbe mandato le sue vetture. Mi hanno detto anche che molti colleghi di là non hanno avuto le vetture in prova. Anche qui non so se sia vero, ma se fosse così sarebbe gravissimo: il voto non è una marchetta, e se si deve giudicare bisogna farlo valutando bene i mezzi in lizza. Sarebbe come fare la recensione di un libro senza averlo letto, ma basandosi soltanto su un comunicato stampa dell’editore (qualcuno lo fa? Male). Di sicuro il meccanismo ha avuto una falla, perché in tanti anni di esperienza diretta non mi era mai capitato di assistere a un fatto del genere.In sintesi, credo che ci siano dei mea culpa sia in casa Alfa Romeo (omessa collaborazione?) che da parte di quei giurati che hanno voluto incidere tanto pesantemente sul risultato finale. La Giulia avrebbe potuto primeggiare per una manciata di punti, altrettanto avrebbe potuto fare la Peugeot. Ma una votazione lineare avrebbe messo d’accordo tutti, così è invece un finale oltre che troppo strano anche troppo zoppo per un premio che io considero ancora il più serio e il più importante in circolazione.1

Voi due che leggete qui, sapete quante volte l’ho detto.
Sul sito dell’Alfa ancora c’è il contachilometri tra le dotazioni della Stelvio Super.
Comunicare è l’unico verbo che non ammette forma negativa; non comunicare comunica che non vuoi comunicare.
E vendere è comunicare.
Tanto dispiacere per tutti quelli che si sono fatti il culo per portare sul mercato una vera Alfa in tre anni.

* * *

  1. CAVICCHI; Carlo – Giulia e Car of the Year: scherzetto o dispetto? | Il blog

Capite perché non riusciamo a venderla?

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“Copertina d’autore”, ecco Walter De Silva (VIDEO)

Visto il video, ecco cosa dicevo della 156 e di Walter De Silva1:

La 156 è una delle cose più belle che abbia girato sul pianeta.
E gira ancora.
Per quanto mi riguarda De’Silva può andare a lavorare anche alla Hyundai, restando uno dei più grandi designer della storia dell’automobilismo; La 156 è una macchina che dimostra chiaramente un’enorme cultura di marchio e di design. Pur essendo moderna ed avendo probabilmente salvato l’Alfa (assieme alla 147 il cui frontale è ripreso dalla 6C 2500 villa D’Este) nel dopo 155 (brrrrrr), aveva forti e chiari richiami alla storia della Casa.

Ad esempio i fori ovali attorno alla mascherina, e tutta l’impostazione del frontale sono presi dalla 2900 B.

Eppure non sono copie, non sono Fiat 500 o VW Beetle; sono evoluzioni in chiave moderna; riportano tutti gli stilemi di vetture di ben sessanta anni prima eppure proiettano il marchio in avanti.

Ecco, uno così è un grande, uno con una cultura del design enorme ed una non comune capacità di sintesi.

E oggi Carlo Cavicchi su suo blog2:

E ho pensato alla cara Alfa 156, più vecchia addirittura di sette anni, che ha ancora una purezza irraggiungibile. E ho fatto il più facile dei 2+2: disegnata dalla stessa mano. Vorrà pur dire qualcosa.

* * *

  1. eDue – Detailing su Alfa Romeo 156 SportWagon
  2. CAVICCHI, Carlo – Invecchiare bene, la scommessa difficile di troppe auto.
  3. Ruoteclassiche –La “Copertina d’autore” di walter De Silva (video)

Vette altissime

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Lo Stelvio è un posto che si raggiunge con una strada piena di tornanti; in pianta è una specie di intestino.
È da lì che escono cose come il Libretto Uso e Manutenzione tra le dotazioni di sicurezza, ed il Contachilometri tra le dotazioni della versione Super.

This Alfa Romeo Montreal Plays With Light

https://www.youtube.com/watch?v=UNwpJ9xpAks

“My general rule for cars that I purchase and drive is the aesthetic has to have a unique design, and there has to be a performance piece,” says TJ Grewal, owner of this Alfa Romeo Montreal sports car. “I’d never ever seen one in person, but I just knew that I was in love with the design.”

“The first time I ever saw a Montreal, was this one.”

L’Alfa Romeo Montreal, è nata come un bozzetto di stile statico commissionato a Bertone su base Giulia.
E quel bozzetto era davvero molto bello, tanto bello che l’accoglienza ricevuta (all’esposizione universale di Montreal del 1967) convinse o costrinse la casa madre a produrla.
Solo che nel passaggio da maquette a vettura di produzione, si decise di optare per una meccanica derivata dall’Alfa 33, pur mantenendo la telaistica della Giulia.
Quello che ne risultò fu una vettura racchia e goffa ma con tanto fascino, ed un comportamento stradale mortificante in curva quanto eccitante sul dritto, quest’ultimo a condizione che non si tentasse di fermarla se non con la dovuta calma.
La vollero fortissimamente gli statunitensi ed ancora oggi, come potete vedere qui sopra, sono completamente fucilatati per lei.
A me non ha mai fatto impazzire.

* * *

  1. This Alfa Romeo Montreal Plays With Light – Petrolicious